Dalla gestione del caos in classe al MOF: l’esperienza di Antonella Accili mostra, in modo concreto, come ripensare tempi, spazi e metodologie didattiche possa trasformare le scuole in ambienti sereni, inclusivi e orientati allo sviluppo delle competenze di vita degli studenti.
Nel nuovo episodio di FuoriClasse dedicato ad Antonella Accili, dirigente dell’Istituto Omnicomprensivo “Della Rovere” di Urbania e ideatrice del MOF, il Modello Organizzativo Finlandese, la scuola italiana emerge come un cantiere di trasformazione profonda che si costruisce innanzitutto nell’organizzazione quotidiana, più che attraverso nuove leggi o slogan.
Dal caos in classe al modello finlandese
Accili racconta che il MOF nasce dall’incontro con una classe “quasi impossibile”: 29 studenti, molti con DSA, bisogni educativi complessi, ragazzi respinti da altre scuole, inseriti in un modello frontale che non regge più. Di fronte a quella situazione, sceglie di studiare in profondità la scuola finlandese, analizzandone punti di forza e criticità, per capire cosa potesse essere davvero adattato al contesto italiano nel rispetto della normativa vigente.
Da questa esperienza prende forma l’idea di un’organizzazione didattica diversa: meno frammentazione, più continuità e profondità, una o due discipline al giorno, tempi distesi, forte impronta laboratoriale e una marcata personalizzazione dei percorsi di apprendimento. Il volume “MOF – Conosciamo il Modello organizzativo Finlandese in Italia” diventa la sintesi e la sistematizzazione di questo percorso di ricerca e sperimentazione, condotto e condiviso con una rete via via più ampia di scuole.
Tecnologie, tempo e carico di lavoro: cosa cambia davvero
Uno dei passaggi più significativi dell’intervista riguarda il digitale. Accili mette in guardia dall’idea, molto diffusa in Italia, di considerare le TIC come un “toccasana” universale, ricordando come i Paesi nordici, dopo una fase di forte entusiasmo, stiano oggi ripensando in modo critico l’uso massiccio delle tecnologie in classe.
Nel MOF il digitale viene inserito in modo graduale, intenzionale e pedagogicamente fondato: è quasi assente nella scuola dell’infanzia, introdotto con misura alla primaria, più strutturato alla secondaria di primo grado e pienamente consapevole alle superiori. In ogni ordine di scuola è sempre collegato ad attività di laboratorio, compiti autentici e ambienti di apprendimento innovativi, in cui la tecnologia sostiene e non sostituisce il lavoro educativo.
Parallelamente, l’organizzazione dell’orario viene “compattata”: le stesse discipline vengono affrontate in blocchi più lunghi, con approcci metodologici diversificati, per attivare tutti i canali di apprendimento e spostare il baricentro sulla memoria a lungo termine. Questo consente di ridurre al minimo i compiti a casa e di contenere l’ansia da prestazione quotidiana, promuovendo un clima più sereno e un apprendimento più profondo.
Dalla scuola in crisi alla scuola scelta: il caso Urbania
Un altro punto forte dell’episodio è la storia della scuola di Urbania: quando Accili arriva, la secondaria di secondo grado è in crisi, con pochi iscritti, classi articolate e il rischio concreto di chiusura. Attraverso l’adozione del MOF, la scuola raddoppia gli studenti (da poco più di 300 a quasi 600) e ricostruisce tutti e cinque gli indirizzi, diventando un polo attrattivo per il territorio, anche per chi si alza alle 5 del mattino pur di frequentarla.
La trasformazione non è solo numerica: l’episodio del docente inizialmente contrario che, dopo aver sperimentato il MOF, dichiara di “non voler più tornare indietro” mostra quanto l’innovazione organizzativa incida anche sull’identità professionale degli insegnanti. Allo stesso tempo, i genitori scelgono la scuola proprio per il suo modo di integrare inclusione, risultati e benessere.
Competenze, inclusione e scuola all’aperto
Quando le si chiede quale competenza emerga con maggiore evidenza nelle scuole MOF, Accili non ha dubbi: la capacità di “imparare a imparare”, l’autonomia e la possibilità per gli studenti di cavarsela da soli. A questa dimensione si affianca un lavoro intenzionale e continuativo sul teamworking: classi allenate a collaborare, a riconoscere il contributo di ciascuno, a superare la logica della competizione per il voto che ancora caratterizza larga parte della scuola italiana.
In questo quadro, l’inclusione non è una sezione separata del progetto educativo, ma una prospettiva trasversale: le classi sono composte da molti studenti stranieri, alunni con disabilità e bisogni educativi speciali che restano stabilmente nel gruppo, sostenuti da famiglie disposte a grandi sacrifici pur di inserirli in un contesto in cui nessuno viene “parcheggiato” fuori dall’aula. La scuola all’aperto e il lavoro sul territorio arricchiscono ulteriormente l’esperienza: i bambini escono con stivaletti e tutine anche con il brutto tempo, sviluppano autonomia operativa e rispetto per l’ambiente, mentre il territorio diventa un’estensione naturale dell’aula e non un semplice “sfondo” alle attività didattiche.
Creatività, talenti e comunità educante
Nel racconto di Accili, la creatività non è un laboratorio opzionale ma un modo di impostare la giornata: il docente lancia input, ma sono i ragazzi a progettare attività, collegare argomenti ai propri interessi, proporre iniziative legate a musica, sport, danza, equitazione e altre passioni personali. La scuola non chiede di scegliere tra studio e talento: lavora perché le due dimensioni stiano insieme, anche riorganizzando verifiche, orari e aspettative.
Lo sfondo è quello di una comunità educante più ampia, che nella visione di Accili dovrebbe ricordare la Finlandia, dove scuole, musei e biblioteche restano aperti alla sera per famiglie e bambini, in un continuum educativo che l’Italia fatica ancora a costruire. Il MOF, in questo senso, è tanto un modello organizzativo quanto un invito politico‑pedagogico a ricucire le fratture tra scuola, famiglie, media e territorio.
Una scuola “stupenda” vista dai corridoi
Il momento più significativo dell’intervista emerge quando Accili riprende le parole di uno studente che, intervistato dalla RAI, sintetizza l’esperienza con una sola parola: “stupendo”. Se dovessimo raccontare la scuola italiana che sceglie il MOF come se fosse un film, la dirigente immaginerebbe una sola scena didatticamente esemplare: un passaggio improvviso nei corridoi, l’apertura delle porte delle classi e l’osservazione dei volti degli studenti, della loro serenità e del loro desiderio di essere presenti e partecipi.
FuoriClasse, in questo episodio, mostra che il “modello finlandese” non è un mito lontano, ma un grimaldello per ripensare orari, spazi, metodologie e relazioni dall’interno della scuola italiana, trasformando il benessere e le competenze di vita in scelte organizzative quotidiane.




